Estratti e Sintesi
da Segreti Naturali saggio di Luisa Fantinel (19 pagine), in Palminteri 1948-1996 Segreti naturali, catalogo (pp. 228), a cura di Luisa Fantinel, edizioni Quaderni Galleria Rizzarda, Comune di Feltre, 2008.
Gli Esordi:
Gianni Palminteri nasce nella cittadina di Feltre (Bl) nel 1924.
Inizia a disegnare fin da bambino.
A Feltre, con l’amico Tancredi Parmeggiani condivide le prime riflessioni sull’arte e i primi esiti pittorici. Iscrittosi nel ’52 ai Corsi Liberi del Nudo dell’Accademia di Belle Arti, diviene assistente di Breddo e partecipa alla vita artistica veneziana degli anni ’50 e ‘60.
Risiederà a Venezia alternativamente fino al 1967 frequentando la Fondazione Bevilacqua-La Masa e inizialmente Peggy Guggenheim.
Nudi anni ’50: la modella maestra di pittura
Sceglie di iscriversi ai “Corsi Liberi del Nudo” dell’Accademia di Belle Arti perché è proprio il corpo la dimensione che lo attrae: sarà la modella con il suo corpo femminile vivo a fargli contattare il senso vitalistico dell'operare. In Accademia ha un’intuizione estetica che sarà il cardine di tutta la sua esperienza creativa: vede che il segno marginale di un corpo non chiude uno spazio riempibile poi, ma è esso stesso corpo. Così esordisce con quel segno continuo e sempre più raffinato che sarà la matrice dei suoi discorsi pittorici. Volendo creare uno “spazio immediato”, sceglie la pennellessa che non lascerà più perché gli dà la possibilità di condurre il gesto.
Un Informale tutto forma: i Tuffi
Dopo pochi tentativi con la nuova materia ancora nel ricordo del nudo, lo abbandona e si getta alla ricerca di una forma che riguardi ancora il corpo e sia fatta col corpo, conseguente al suo movimento, non solo alla volontà dell’Io: nascono i Tuffi e siamo al 1956. Ora stende sulle tele il colore nero, fusti interi, diluito con benzina per non ingrassarlo e lo lascia colare e asciugare per giorni; poi campisce di bianco la robusta pellicola formatasi e che traspare sul buio sottostante. Il giorno seguente fa il tuffo cui possiamo assistere grazie alle parole di Breddo
I miei ricordi su te pittore sono vincolati, direi quasi saldati, a quei prodigiosi tuffi che tu, negli stanzoni dell'Accademia di Venezia, rinchiuso in una tuta, facevi su vaste tele preparate e fresche di colore, grigi, neri, marroni, e andavi quasi planando sulla superficie, nella quale restavano disordinate e misteriose grafie e impronte sulle quali ognuno dei pochi presenti si taceva: uno stupore che, appunto, poteva provocare o silenzio o acclamazioni.
Precorrevi tanta discussa, conclamata gestualità e ti buttavi letteralmente con una disperazione che aveva un punto di follia "dentro" alla pittura: rientravi dolorosamente nel grembo materno per rinascere ogni volta.
Un forte interesse si mosse nella critica più attenta che, se da un lato colse l’aspetto originale di Palminteri, dall’altro avviò l’equivoco di associarlo agli artisti informali, mentre all’artista non interessava l’atteggiamento degli Action Painters, gli sembrava troppo mentale, era alla ricerca di una concretezza nel legame con la materia-realtà cui sentiva di non poter rinunciare.
Gli ultimi teleri diventano colorati, preludono agli Ambienti e risalgono al 1960, dopodiché si disamorò di queste opere perché sembravano segni morti e, ora sì, sentiva di affogare in un tuffo e questo non gli bastava più: voleva nuotare.
Gli Ambienti
Palminteri inizia ad innamorarsi della pittura, del suo essere colore che, accesissimo per la prima volta, infonde su ritagli di lenzuola che tiene arrotolati e spiega all'occasione.
Ambiente (1965) è dipinto con la tecnica del monotipo, stendendo i colori su di una superficie plastificata o di vetro su cui lavora "togliendo" pigmenti con il rovescio del pennello, o con uno stiletto, dando l'impressione di scavare molto in profondità. Sovrappone infine la tela (o una carta) che, imbevutasi di olio brillante, mantiene però la levità dei tratti bianchi. Con gli Ambienti questa tecnica viene portata ad esiti altamente espressivi. Inizialmente la figura umana è ancora presente: in Nudo (1962) Palminteri mantiene la matrice del corpo della modella, il suo tronco colorato, ma questa volta fa germogliare la dimensione della leggerezza, dopo aver incontrato e coltivato quella dell’angoscia in certi Tuffi.
Omaggio ad Ambrogio: paesaggi e nature morte anni ’60.
Dal 1964 contemporaneamente agli Ambienti aveva ripreso a disegnare e a dipingere Paesaggi: “Ero talmente stufo di accettare ciecamente tutto ciò che capitava per esterofilia, che ho buttato tutto fuori dalla finestra! Lo sterile periodo dell'informale ha solo proposto e raramente risolto. E' quindi un'esigenza vitale, quella di andare oltre, per ricondurre l'informale nella storia. Bisogna renderle vive, emozionanti le opere, attribuendo loro quella carica umana e vitale che è il riflesso di un intenso desiderio di umanità e di calore”.
Questa svolta così determinante fu per la critica uno choc dell'imprevisto, un’involuzione o un’evoluzione problematica.
Parte per la Toscana e la Sicilia in un personalissimo Grand Tour alla ricerca delle radici proprie e dell’arte rinascimentale e dipinge Omaggio ad Ambrogio (1964) simbolo della svolta che lo allontanerà significativamente dagli esiti visti fin qui. Rispondendo a chi riteneva questi paesaggi una regressione nel suo percorso Palminteri propone: "Allora li eliminiamo! E’ come se su un’astronave fosse assolutamente proibito fare un segno delle caverne: mi uccidono se lo faccio. E' di una logica storica assurda, perfetta... Per ripicca, allora, scelsi Ambrogio invece che il Pop."
Dino Buzzati fu tra i pochi allora a cogliere il senso di questa nuova fase e scrisse nel 1969 sul Corriere della Sera: Tempo fa, dalla finestra aperta, una quaglia entrò nello studio di Palminteri in corso Magenta e si mise a saltellare sopra i quadri, deposti sul pavimento, che rappresentavano, con armonia di tinte e sensibilità naturalistica, vari paesaggi italiani, di colli, di valli, di montagne. Palminteri - di Feltre, 45 anni - fa, con olii molto diluiti, degli affreschi, che lavora tenendoli orizzontali. Un caso? Si direbbe di no. Perché la quaglia, gentilmente estromessa, è tornata ripetutamente nello studio, sistemandosi sempre sopra i paesaggi, che le riuscivano molto più ospitali che non i tetti o i grami giardini di Milano.
All'uccello ramingo non si può dare torto. Palminteri, con quella sua tecnica personale, sa evocare con molta finezza il fascino e le luci delle campagne solitarie: e, a quanto pare, emulare i trompe l'oeil del leggendario Zeusi.
Paesaggi anni ‘70
Nelle opere di questo decennio, proprio con la natura sotto agli occhi, ogni riferimento al paesaggio reale via via scompare per entrare nel cuore di un mondo nuovo a metà tra il regno vegetale e l'animale. Non sono più vedute, ma visioni naturali sempre intrise di vitalismo. Le opere esposte in mostra sono tra le ultime in cui il paesaggio ancora ‘si tiene insieme’ prima di polverizzarsi nelle tante decine di scene sul lavorio della natura, sul brulicare sotterraneo della terra percepito con il personalissimo radar che si è costruito.
Figure anni ‘70
Parallelamente a Estate torna a dipingere la figura umana, ma questa volta in una dimensione quasi favolistica, più simbolica nella serie degli Angoli naturali, più mitologica nella ricca stagione di Iris.
Angolo Naturale (1976) è un dipinto erotico della stessa epoca pan-naturalistica dei paesaggi nella natura. Se sembra che Palminteri faccia dell'esibizione il pretesto dei coiti che dipinge, in realtà l'unione carnale non avviene mai, assistiamo solo allo sfiorarsi dei due organi sessuali che sono elementi vegetali, arboreo l'uno, floreale l'altro.
Naturazionali
I Naturazionali che dipinge dal 1976 al 1982 circa, utilizzando elementi puramente razionali (astratti) sono naturali, ancora una volta cercano di ricostruire il segreto naturale in una sintesi di apparenti contraddizioni.
Nel 1971 si era trasferito su di un colle isolato da cui vede la pianura vicentina. Dopo aver ritratto da lontano le colline si trova ora molto più vicino alla natura che tanto lo affascina.
In queste opere dei primi anni ’70 mantiene un tratto morbido e espressivo che andrà linearizzandosi fino agli esiti estremi degli ultimi Naturazionali. Natura non ancora morta (LOGO della mostra,1981) è abitata da un corpo, una chiocciola e un tronco d’albero. Il titolo che gioca con il genere classico della natura morta chiarisce la volontà di Palminteri di occuparsi solo di dinamiche, pescando nel corpo che si lancia echi dalle tauromachie minoiche. Ancora un tuffo, che riesce a rendere così vitale con l’uso, qui al massimo rigore formale, del duplice segno che costruisce il corpo.
Paesaggio Naturazionale (1980) è il rappresentante di più di un centinaio di opere analoghe, in realtà una differente dall’altra che, al contrario delle opere degli anni ’50 e ’60 tutte condotte a partire dall’emozione per la materia poi organizzata, sono prima pensate e poi eseguite rapidamente (in mostra sono esposti i bozzetti preparatori su carta). In questi anni Palminteri improvvisa al pianoforte brani costruiti tra Debussy e il jazz e pause, accenti, accelerati si riversano nelle tavole dipinte. Esegue un curioso unicum, per un amico letterato che gli chiede di decorare una poesia di Zanzotto: è Irrtum (1987).
Il cielo ed i paesaggi della Val Belluna
Palminteri ha con il paesaggio un rapporto strettissimo che si trasforma di continuo, ma non si recide mai. Aveva iniziato negli anni ’50 a passeggiare per i dintorni di Feltre. Nel 1964 aveva progressivamente abbandonato i Tuffi, spostandosi dalla perlustrazione della propria natura interna a quella esterna. Proprio quando nel 1985 si trasferisce nella campagna feltrina, a Cart, saluta per sempre la geometria dei Naturazionali dipingendo i soffusi e lirici dintorni con nostalgia a volte raffinatissima, a volte volutamente ingenua. In essi si nota il tocco aereo delle acacie di Luzzo, Moech o Marescalchi, non tanto come tributo al passato, ma come simile disposizione dell'animo che si traduce in malinconica dolcezza e nella morbidezza del tratto di tanti sfondi così poetici. (In mostra quattro opere a ricreare le allegorie classiche delle Quattro Stagioni). Negli anni ’80 ritorna a dedicarsi anche ai Paesaggi a monotipo (1986), stabilendo un dialogo con se stesso attraverso gli analoghi paesaggi di vent’anni prima.
Minor, Maior: Bestiari, Nature morte, Disegni erotici.
Per quasi vent'anni aveva dipinto la natura tra il suolo e la prima erba, solo sfiorando la descrizione dei suoi abitanti. Dal 1980, sembrerebbe d'improvviso, prendono vita miriadi di animaletti, dai più mostruosi ai più graziosi, impegnati in tante situazioni quotidiane od eccezionali. I Bestiari (1980) sono innumerevoli fogli di carta lucida dipinti ad olio e poi quasi incisi con il rovescio del pennello fino a rendere i più minuti particolari. Finalmente qui visualizza il mondo a lungo cercato, nella forma apparentemente faceta del divertissement ma che, come le interminabili serie di disegni erotici, si rivela essere una produzione vitale ed inseparabile dai momenti più lirici o tragici del resto delle sue opere. La morale dei Bestiari di Palminteri racconta la dinamica, ancora una volta naturale, degli eventi nella biosfera con il susseguirsi ciclico di costruzione e distruzione.
Copiosissima è la produzione di Nature morte e Vasi di Fiori che riprende in questi anni '80 dopo averne dipinte molte, vent'anni prima. Ora muta la tecnica e adopera carta quasi serica che consente una produzione veloce e raffinata. Natura morta (1988) è quasi un prototipo in cui arriva al massimo della contrazione possibile degli elementi dipinti che poi scioglierà in decine di versioni. Siamo davanti all’eros della natura con la patente mollezza di certi suoi frutti che non nasconde quanto l'universo sia sessuato. Le nature morte di questo periodo vengono affiancate da tante varianti di Vasi di fiori, eleganti traduzioni di fiori in organismi allo stesso tempo carnosi ed evanescenti in cui traspare l’inconfondibile segno “vuoto” dei monotipi di Palminteri, quello che gli permette di tenere insieme leggerezza e consistenza, le due dimensioni della sua esistenza che sempre cercò di integrare.
L’Eros della natura Palminteri lo coglie nei frutti o nel corpo umano cui dedica una miriade di fogli e foglietti, i Disegni Erotici. Inizia a disegnarli nel 1955, ma ritorneranno ancora nella sua vita artistica: "Sono degli automatismi armonici; gli organi genitali sono una delle prime forme del nostro gesto; una bottiglia od un albero non sono uguali. Tutto quello che faccio qui lo vedo e lo copio, ma in quale bolla della memoria era racchiuso per vederlo? L'immaginazione ha molto più campo per pregare la natura che la ragione; questi disegni li farò sempre."
Le Opere Sabine degli anni ’90
Si intitolano ancora Alcocie, Piacocie, Cielo Terra, Gran Velonia queste forme che fa su delicati fogli di carta, dipinti con olio sciolto in cherosene che volatilizza subito, al contrario dell'acqua ragia, permettendo il controllo della linea, che non sbavi. Le Opere Sabine sembrano un autentico momento di integrazione di tutte le esperienze precedenti fatte da Palminteri nella sua ricerca della conoscenza del reale condotta attraverso un duplice moto dalla materia all’immaginazione e viceversa.
Rivediamole queste esperienze con il reale, il contatto corporeo con la materia nei Tuffi che gli restituì la conoscenza della profondità; l’immersione nelle vibrazioni della materia degli Ambienti che gli fornì la conoscenza della motilità; l’adesione alla lirica del colore dei Paesaggi anni’70 che gli permise la conoscenza della leggerezza; l’intervento della geometria nei Naturazionali che gli consentì l’intellezione della logica; l’osservazione dell’eros nelle Nature Morte e nei Disegni Erotici che gli rivelò la varietà.
Egli stesso ne parlava come di una summa in cui gli sembrava di aver reso la naturalis varietas presente in natura: "Hanno il terrore della clonazione: tutti uguali. Ma proprio allora si sentirà il bisogno di trovare le profonde differenze, quelle tra una goccia e l'altra" e a me pare sia giunto ad un'ecologia dell'infinitesimale che gli farà dire: “C’è etica nell’arte, forse sono la stessa cosa.”
E qui dove si sente giunto alla fine delle sue fatiche ci dice: “Sono andato al Laboratorio della natura, ho bussato: ‘Scusami, dimmi come fai, suggeriscimi qual è il mio segreto, o natura!’.
Concludono l’esposizione tre ritratti di Palminteri disegnati da due amici a lui molto vicini negli anni della giovinezza Tancredi Parmeggiani, Gianni (1950 ca.), Renato Soppelsa, Gianni (1962) e dalla compagna di vita Anita Mini, Gianni (1995).