galleria rizzarda
gli dei della campagna e altre opere - Corrado Balest
 
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Città di Feltre

Presentazione

A marcar, con significato miliare, la lunga e ricchissima, e originale, avventura artistica di Corrado Balest è la data – e ben l’avevano sottolineato Neri Pozza e Giuseppe Mazzariol – 1970.
A partir da quell’anno, infatti, l’universo formale del Maestro conosce un aggiustamento nuovo: pur movendo, ovviamente, da premesse costruite nella precedente stagione, la dimensione linguistica e stilistica che inaugura e che perseguirà, quindi, imperterritamente, è tuttavia, se non proprio inattesa, abbastanza sorprendente. Sin là eran state rappresentazioni di vedute, di paesaggio, e di natura morta, di ritratto, di figura puranco, che non staccavano, quanto meno al livello tipologico, dalla tradizione codificata: da quel millesimo in avanti, ne constatiamo, non tanto l’abbandono e il rifiuto in quanto generi caratterizzati e sottostanti a regole in qualche guisa obbligate, quanto un’assunzione critica e spregiudicata, nient’affatto ostile alla libertà della contaminazione che dissolva i limiti tematici in assetti dove, a prevalere, sia la complessità dell’intreccio; e la sintesi sia condizionata da un point-de-vue strategico di riferimento, posto in un interno, esplicitamente evocato e sotteso: fuoco coordinatore, non già prospettico – s’intende -, ma suggestivo o evocativo, del componimento.
Orbene, a me par significativo che un simile virage sia segnato dalla duplice esposizione – presso la Galleria Bevilacqua La Masa a Venezia nel 1971 e presso la sede della Dante Alighieri a Vienna nel 1972 – di un gruppo di acquaforti di Motivi veneziani e di Dei in campagna: queste ultime, molto opportunamente, riproposte come episodio centrale della bellisima esposizione allestita al Museo Rizzarda di Feltre.Torniamo alla svolta: per prendere atto come, ad attestarla, Balest abbia sfoderato ed esibito materiali grafici, ed anche ciò, d’acchito, può apparir sorprendente. Intendiamoci. Già in precedenza gli era capitato di integrare mostre personali di opere pittoriche con qualche disegno di varia tecnica ( carboncino, lapis, penna, ecc.) e di illustrare testi letterari con incisioni di sapiente ed legante esecuzione: è, pertanto, fuor di dubbio che le sortite di Venezia e di Vienna scaturissero da un’applicazione alla grafica nient’affatto occasionale, ma da un retroterra profondo d’esercizi accaniti e sistematici. Non solo. Se pur attingeva esiti risolti e autonomi, di sbalorditiva padronanza dei mezzi specifici e di straordinaria finezza e qualità, è tuttavia impensabile che un simile svolgimento grafico avvenisse su binari paralleli, e dunque senza incroci, alla traiettoria del rovello pittorico; e sarà da ritenere – semmai - che il sondaggio e le sperimentazioni delle possibilità del segno puro, ben lungi dallo svilupparsi per proprio conto, e dal procedere autonomamente, interferissero, pungolandoli ed arricchendoli, sui processi d’aggiustamento del linguaggio pittorico, anche attraverso la convocazione di nuove, inedite preposizioni tematiche. Ma - e sia ben chiaro - senza neppur rendersi a quei processi subalterni, e mantenendo il diritto ad un proprio, risolto suggello stilistico, coerente con gli umori imprevedibili dell’estro inventivo. Così, il perseguimento di più volubili impaginazioni, di maggior dinamismo di linee, di più fluttuanti zone di colore, che convergono a designare i momenti della nuova stagione di pittura impalcando l’intensità dell’experiri suggestioni mediterranee d’acqua e di luce, nella sequenza degli Dei in campagna, si traduco in una resa del paesaggio che risponde alle urgenze di una stessa libertà tematica e compositiva alimentata da stati d’animo che scatenano il sogno, o la nostalgia, di mediterranee derive – ancora -, custodi di antichi templi affondati in un bosco di grossi alberi, esili arbusti, sterpi, e popolate di aggraziate figure sottili e ignude di efebi e fanciulle innocenti, da fauni beffardi, da caproni mansueti. E’, così, la scoperta del mito attraverso la cosapevolezza dei suoi intrecci misteriosi con l’arte; l’intuizione, con la tensione ad informarla, di un’unità primigenia, “ poi scomposta – come avvertiva il Cassirer – in attività spirituali indipendenti”. Ma è un proprio Eden che Balest evoca come presagio di un’Ellade antica in quanto invaso, laico e terreno, di bellezza, di giovinezza, di desiderio, di sensualità, d’abbandono erotico: ed è metafora, infine, della propria realtà esistenziale col suo sentimento lieto della vita, con la sua ostinata gioia di goderne i doni, con i suoi “ motivi d’amore “, senza ritegni di ipocrisia.“ Non pudeat dicere quod non pudeat sentire “. Alla riproposta della fondamentale serie d’acquaforti degli Dei in campagna, Balest accompagna, nella Sala Guarnieri del Museo Rizzarda di Feltre, un dossier tutt’affatto inedito, e d’altissima temperatura formale, di disegni e d’acquarelli di momenti diversi – a muovere dai fatidici anni Settanta – e, i secondi, di tempi recentissimi: ed è scelta, insieme, opportuna ed eloquente. Sono i guizzi e i ricami, infatti, di un musicale succedersi di eleganti peripezie lineari che ci consegnano l’apparire trasognato della figura umana:sferzate di colore reso trasparente dalla luce la cui fonte resta invisibile ma suscita mediterranee nostalgie: che, alfine, consegnano al nostro sguardo le forme altissime della stessa, inesauribile e incomparabile, vocazione lirica, cui la meta pittorica obbedisce.

Lionello Puppi

Galleria d' Arte Moderna Carlo Rizzarda
Sala Silvio Guarnieri,
via Paradiso 8 - Feltre

dal 25 giugno al 31 luglio 2005


ingresso libero

Orario di apertura:
da martedì a venerdì
dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00
sabato e domenica
dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.00

 

info : Ufficio Musei
tel. 0439.885242
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